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Old 10-07-2009, 08:55   #1
Archeus
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La Cina e i suoi "figli federali"

La recente rivolta, o forse meglio sarebbe definirla come guerra civile nello Xinjiang, è solo la spia di una serie di insofferenze verso il Regime di Pechino che si stanno manifestando da un decennio in tutto il "continente" cinese.
Da sempre le correnti che vorrebbero abbattere il regime indicano queste rivolte, non più sporadiche oramai, come il sintomo di una voglia di libertà che dovrebbe portare ad un processo di democratizzazione calata dall'alto attraverso un colpo di stato irrealizzabile con il placet delle correnti eversive popolari, quello che però sta in realtà succedendo è ben diverso e si può verosimilemnte inquadrare nell'ambito di una visione più concreta di questo paese.

La Cina occupa una superfice di quasi 10 milioni di Km quadrati, per far capire di che stiamo parlando basta pensare che l'Italia ne occupa 300mila, e sostiene a fatica quasi 1 miliardo e trecento milioni di abitanti; come sarà facile capire, l'imponente estensione territoriale contiene in sè una enorme diversificazione culturare, tradizionale e perfino genetica, basta guardare una rappresentanza Olimpica Cinese per rendersene conto. Finchè queste differenze rimanevano territorializzate il controllo non era difficile perchè da un lato la ferma presenza del regime e l'opera di appiattimento culturare del Partito, dall'altro la scarsissima alfabetizzazione della cina rurale favorivano l'idea del "Grande Popolo Cinese" composto da unità intercambiabili, quasi contenitori dei contenuti di partito. Nel momento in cui attraverso lo sviluppo delle comunicazioni e le prime libertà (anche in Cina seppur con una libertà parziale si sta diffondendo la reteweb) mostrano invece le enormi differenze e conflittualità perfino ideologiche all'interno del paese.
Questo porta immancabilmente ad una presa di coscienza della diversità e ad un sentimento federalista (che noi chiameremmo nazionalista) che si era diffuso già nei lembi cinesi in cui comunicazioni e libertà si erano radicate tempo fa, vedi Taiwan.

La vera sfida del regime cinese al giorno d'oggi non è più l'espansione commerciale (una battaglia che verosimilmente, stando l'impotenza europea e il velato disinteresse dei mercati protezionisti degli USA, si avviano a vincere a mani basse) bensì l'unità culturale che, tramontata la contrapposizione in blocchi con la caduta del muro, trova poche ragioni per rimanere in piedi. Finchè c'era il grande nemico occidentale, l'identificazione di un unico popolo cinese a cui poter chiedere uno stile di vita "sano e giusto" era un collante abbastanza denso da poter tenere unite le spinte autonomiste, ora che quel nemico è diventato al più un vicino antipatico si è smesso di guardare fuori dalla finestra e si inizia a guardare alla sala da pranzo, spesso troppo affollata per una cucina troppo piccola. Fuor di metafora, i problemi interni e le enormi differenze culturali insite nelle popolazioni ai margini dello stato cinese stanno venendo fuori e a meno di una repressione nel sangue, cosa a cui la cina ci ha abituato ma che non rappresenta comunque una politica sostenibile a lungo termine andiamo incontro ad un modello nuovo. Sarà l'inizio di una Cina con protettorati ufficialmente indipendenti ma economicamente dipendenti come il modello di Putin sta imponendo in questi anni nell'area exsovietica oppure una cina federale che farà i conti con l'anacronismo del partito unico?
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